Priming: sii il migliore ancor prima di esserlo

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  1. Effetto Florida
  2. Kaizen: la scalata per migliorarsi

Il priming è un effetto psicologico per il quale l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. L’influenza dello stimolo può esercitarsi a livello percettivo, semantico o concettuale. Ad esempio, la ripetizione di una certa parola aumenterà la probabilità che una parola simile sia fornita come risposta ad una domanda, benché non sia la risposta corretta. Oppure il breve piacere di un venticello fresco in una giornata torrida ci induce a considerare con maggiore ottimismo qualunque cosa stiamo valutando in quel momento. Il priming è una forma di apprendimento implicito, perché le persone non sono consapevoli dell’effetto che il primo stimolo ha sull’elaborazione del secondo. – Wikipedia

È una pratica di visualizzazione sia mentale che verbale del nostro obiettivo, usatissima dai coach, sia nell’ambito sportivo che del business, ma anche da maestri spirituali per condizionare il nostro Io ed evolverlo ad uno stadio superiore.

Muhammad Ali cominciò a definirsi il più grande ancora prima di averne diritto:

“È la ripetizioni dell’affermazione che porta a crederci e quando diventa una convinzione profonda, le cose cominciano ad accadere”

1 – Effetto Florida

Nel 1996 John Barga, uno psicologo sociale dell’università di New York, fornì a diversi gruppi di partecipanti delle schede con alcune parole e chiese loro di creare semplici frasi.

Tra le diverse parole c’erano alcuni concetti legati alla vecchiaia (Calvo, rugoso, grigio, artrite, Florida, smemorato).

Dopo aver completato le proprie frasi, i gruppi di cui solo alcuni avevano le schede con parole relative alla vecchiaia furono invitati a percorrere un corridoio per uscire.

Fu lì che iniziò veramente l’esperimento: furono cronometrati e si scoprì che

camminavano

più

lentamente.

La suggestione della vecchiaia, condusse a una risposta istintiva che li portò ad assumere il comportamento fisico degli anziani.

Il celebre esperimento, rimasto negli annali, è ancora oggi uno degli esperimenti più apprezzati e sorprendenti.

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2 – Kaizen: la scalata per migliorarsi

Kaizen (改善) è la composizione di due termini giapponesi, KAI (cambiamento, miglioramento) e ZEN (buono, migliore), e significa cambiare in meglio, miglioramento continuo. È stato coniato da Masaaki Imai nel 1986 per descrivere la filosofia di business che supportava i successi dell’industria nipponica negli anni ‘80.

Applicatissimo come concetto moderno, il kaizen è un vero e proprio stile di vita volto al miglioramento costante senza mai porre una fine: chi onora il suo kaizen lo fa per tutta la vita.

Il Priming è molto legato al concetto di kaizen: condizionarsi e visualizzarsi nella migliore versione di se stessi non porterebbe a nulla se non si traducesse in azioni per farlo.

Il kaizen è proprio questo: la sfida è migliorarsi sempre, perfezionarsi di continuo, anche quando sei già il migliore, soprattutto quando sei il migliore.

Migliorarsi prevede un approccio umile alla vita ed aperto a qualsiasi iniziativa serva a migliorarsi ed esplorare nuovi aspetti della vita. L’approccio più potenziante è quello del trovare nuove domande e non nuove risposte.

L’abilità di una persona sta nel porre domande: una cultura basata sul porre continuamente domande fondamentali elimina convinzioni inutili ed ottiene chiarezza di esecuzione. L’umiltà ci permette di chiederci semplicemente come possiamo migliorarci.

La cura del dettaglio

Sotto la guida dell’allenatore John Wooden, la squadra di basket degli UCLA Bruins vinse il campionato universitario statunitense per 7 anni di fila dal 1967. All’inizio di ogni stagione Wooden faceva sedere la squadra nello spogliatoio e per molto tempo insegnava come infilare i calzini: “Controllate il tallone. Non deve esserci nemmeno una piega. Una piega farà venire le vesciche e quelle vesciche vi faranno perdere tempo di gioco”.

Pulisci lo spogliatoio

Conosciamo tutti gli All Blacks come la squadra di rubgy più forte della storia e come la squadra sportiva più vincente di sempre, ma pochi conoscono il dietro le quinte di un elìte del genere.

Siamo abituati a vederli come dei carri armati dentro e fuori dal campo eppure nel besteller “Niente teste di cazzo” scopriamo un lato degli All Blacks che lascia riflettere ed ispira profondamente, riassumento in poche cosa significa per i giocatori stessi essere All Blacks:

A questo punto succede qualcosa che non ti aspetti: due dei più anziani – uno dei quali è stato giocatore internazionale dell’anno per due volte – afferrano una ramazza e cominciano a spazzare lo spogliatoio. Ammucchiano negli angoli il fango e le bende usate. Mentre il Paese sta ancora guardando i replay ed i bambini sono sdraiati nei letti sognando la gloria degli All Blacks, i giocatori riordinano il loro stesso caos. Puliscono gli spogliatoi con attenzione perché non debba farlo nessun altro. Perché nessuno si prende cura degli All Blacks. Sono gli All Blacks a prendersi cura di se stessi.

Il kaizen non punta infatti a migliorarsi solo in un aspetto specifico della nostra vita (il lavoro, le prestazioni, le relazioni sociali etc.) ma punta alla totalità: non serve a niente essere i primi in qualcosa se umanamente siamo gli ultimi.

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F.

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